La Maremma Toscana, terra di colori!

Saturnia Terme è il fulcro di una vasto, meraviglioso, territorio che abbraccia tutte le tipologie topografiche. Ne abbiamo per tutti i gusti; colline termali, mare, spiagge ed isole incontaminate, la montagna con i suoi parchi naturalistici, borghi medioevali, reperti archeologici, realtà rurali intatte! Tutto visitabile con una splendida passeggiata attraverso un territorio unico in meno di un'ora d'auto da Saturnia.

La bici, il terkking ed il cavallo sono alternative molto valide per scoprire questa terra antica.

Lasciati guidare attraverso i nostri consigli per organizzare il tuo soggiorno a Saturnia, in Maremma Toscana.

Non solo Terme!

 

 

 

Le Colline di Saturnia

Montemerano

Questo paesino è il più caratteristico borgo medioevale della valle dell’Albegna in una posizione alta e dominante immerso tra colline di olivi.

Il primo nucleo abitato di Montemerano sorge intorno all’anno Mille e con gli Aldobrandeschi agli inizi del ‘200 che verrà costruita la prima cinta muraria.

L’insediamento risale all’anno mille, ma è nel 1200 che, ad opera della famiglia degli Aldobrandeschi, avvenne l’erezione della cinta muraria, in gran parte ricostruita nel ‘400 e che circonda ancora oggi l’abitato, interrotta a tratti da una serie di torrioni cilindrici, alcuni dei quali in ottimo stato di conservazione.

All’interno di questa cinta che racchiude il borgo di ridottissime dimensioni ma dotato di un fascino particolare grazie agli stretti vicoli che si intrecciano per condurre alle varie piazzette sino all’apice dell’abitato dove si trova la deliziosa piazza del castello l’itinerario nel centro storico parte dalle porte antiche , che immettono nelle diverse piazzette. Sopra i tetti svetta un’alta torre trecentesca, mentre le abitazioni sono in prevalenza cinquecentesche.

La chiesa è addossata alla cinta muraria e vi si accede dall’antica porta a nord, ha una semplice facciata a capanna romanica. Di origine medioevale, conserva parti trecentesche e quattrocentesche. Alla sinistra della facciata si trova il basamento di una torre, a destra una cappella con facciata a coronamento orizzontale. L’interno è a una sola navata con due cappelle ai lati dell’altare, coro ed abside è ricco di opere del Rinascimento senese. Di notevole importanza i cicli di affreschi quattrocenteschi del coro e dell’abside di un seguace di Andrea Niccolò e quelli del transetto e della navata attribuibili a Niccolò stesso Di grande valore la pala d’altare in legno policromo con l’Assunta del Vecchietta (Lorenzo di Pietro), il polittico di Sano di Pietro raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi (1458), la tavola conosciuta come la Madonna della Gattaiola poiché il parroco la utilizzò come uscio praticandovi un foro per la fuoriuscita del gatto. Sempre del Vecchietta una statua lignea raffigurante San Pietro.

 

Le Città del Tufo, Pitigliano, Sovana e Sorano.

Pitigliano

Provenendo da Manciano lungo la strada statale 74 maremmana e superato il fiume Fiora, si percorre una zona pianeggiante disseminata di curatissimi vigneti, chiaramente appartenenti alla D.O.C locale il "bianco di Pitigliano"; improvvisamente come una cartolina si presenta, alla curva della Madonna delle grazie, lo splendido scenario della parete di tufo che si trasforma sulla sommità in case, piccole torri e palazzi storici, senza soluzione di continuità, dato che le abitazioni sono edificate nello stesso materiale dello sperone sottostante, tanto da guadagnarsi l'appellativo di città del tufo.
Il nome "PITIGLIANO" dovrebbe risalire all'epoca romana; una antica leggenda narra di due esuli "PETILIO" e "CILIANO", che dopo aver rubato la corona di Giove Statore dal campidoglio di Roma, si rifugiarono dai loro inseguitori sullo sperone di tufo dove oggi sorge il borgo medioevale.
al paese dopo il colpo d'occhio iniziale si accede per una strada tortuosa dove le pareti di tufo sembrano cadere sui viandanti.
Poco prima di arrivare all'ingresso del paese, si supera l'antico cimitero ebraico.
Al borgo antico, si accede passando sotto un doppio arco, porta della cittadella dove campeggia lo stemma gentilizio e subito ci si trova nella piazza del teatro, proseguendo per la via lastricata, sulla sinistra si può ammirare l'antico acquedotto(Romano?) che riforniva l'intera città d'acqua, poco più avanti sulla piazza palazzo Orsini, nel cortile interno troverete un pozzo di marmo interamente scolpito a mano.
Incamminandosi tra i violetti, nella prima parte, popolati di attività, negozietti, cantine scavate nel tufo sotto il livello delle edificazioni medioevali, vi troverete nella zona terminale come a camminare a ritroso nel tempo ad ammirare,in una atmosfera fiabesca, viuzze e piazzette intime e silenziose, affacciate sulla vallata dei due fiumi che circondano il paese.
Girovagando per il borgo antico vi consigliamo di non mancare una visita alla sinagoga ebraica, che un attento restauro ha da alcuni anni riportato agli antichi splendori

STORIA
Le origini degli insediamenti umani a Pitigliano sono antichissime, numerose sono infatti le tombe etrusche venute alla luce col passare dei secoli.
Fin dall'VIII secolo a.C. la vita politica di Pitigliano è stata strettamente legata alla vicina Sovana sede della famiglia degli aldobrandeschi, che con il passare dei secoli Pitigliano assunse maggiore importanza dal punto di vista militare grazie alla posizione strategica in cui è situato, sino a che, mentre Sovana subiva un lento declino, Pitigliano si affranca grazie al matrimonio tra Anastasia, ultima discendente degli Aldobrandeschi in Maremma, e Romano Orsini, il quale apparteneva alla famiglia di Giovanni Gaetano Orsini, ovvero papa Niccolo III.
Pitigliano fu riconfermato capoluogo di contea e gli Orsini ne fecero la loro residenza principale. Nel 1547 Niccolò IV (grazie all'appoggio di Cosimo de' Medici) venne proclamato dai popolani stessi signore delle loro città, anche se il suo governo durò poco, venne infatti imprigionato dall'Inquisizione pontificia. La popolazione di Pitigliano, successivamente alla caduta di Siena (1562), preferì le leggi più liberali di Firenze, cacciarono il conte Orsini e acclamarono i Medici loro Signori, i quali in un primo momento preferirono rifiutare e solo dopo alterne vicende ed una volta estintasi la dinastia ursinea, Cosimo de Medici nel 1604 riuscì a divenire Signore della contea.
Il dominio Mediceo non portò i risultati sperati dalla popolazione, anzi, la contea si impoveriva sempre di più fino all'avvento dei Lorena alla guida del Granducato di Toscana, che grazie ad un'oculata politica economica portarono benessere e stabilità.
Con il plebiscito del 1860, Pitigliano aderì al regno d'italia.

Sovana

Suana, l'antico nome della città etrusca, venne fondata da gruppi di agricoltori e pastori i cui insediamenti erano posti su varie alture lungo il medio corso del fiume Fiora (anticamente Armine).
Sovana fu il centro principale della zona circostante dove sorsero numerosi agglomerati urbani grazie alla facilità di collegamento viario dei più grandi centri di Statonia, Saturnia, Chiusi.
Sovana già dal III sec. a.C. fu alleata di Vulci e con lei partecipò alle lotte degli Etruschi contro il tentativo di espansione dei Romani, finché il console Caio Tiberio riuscì a conquistare queste terre, Vulci divenne "città senza diritto di voto", e Sovana nell' ordinamento romano divenne "Municipium".
Sotto l'egemonia romana, Sovana divenne una città più fiorente nella zona grazie all'allargamento degli orizzonti commerciali ed alla prosperità agricola, la scrittura rimase quella etrusca fino al I sec. a.C. come testimoniano le numerose tombe etrusche della zona.
Dal IV sec. in poi si diffuse il cristianesimo in città grazie all'opera di evangelizzazione operata da S.Mamiliano (suo patrono), divenne sede vescovile dal V sec.. Dal IX sec. gli Aldobrandeschi costituirono un vasto dominio in Maremma con sede a Sovana, quest'ultima conobbe il massimo splendore anche grazie alla grande figura di Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando da Soana. Dopo la morte del Pontefice, le continue lotte fra Papato e l'Imperatore, sconvolsero la città sino a che nel 1243 dopo un lungo assedio da parte di Federico II, Guglielmo Aldobrandeschi, fu costretto a riconoscere e ad accettare un presidio imperiale in Sovana oltre che in altri centri della contea.
Da lì a poco Sovana cominciò a subire un continuo declino che con la morte di Margherita e quindi finiti i discendenti degli Aldobrandeschi fece posto al subentro della famiglia dei Conti Orsini.
Di lì a poco i Senesi conquistarono la città e saccheggiarono anche gli edifici sacri (la campana del Duomo fu portata come trofeo a Siena e collocata sul campanile della Cattedrale, dove si trova ancora oggi ed è chiamata dai Senesi "Sovana").
Sovana cadde in un periodo di abbandono e miseria tanto che i sovanesi ottennero da Papa Alessandro VI di trasferire i monaci dell'Abbazia di Montecalvello (nei pressi dell'attuale Elmo), all'interno delle proprie mura per tentare di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali, ma gli effetti positivi di questa iniziativa durarono fino a quando il Papa Innocenzo X, con una bolla, abolì la comunità monastica.
Quando nel 1555 la famiglia fiorentina dei Medici ebbe ragione su Siena, Cosimo I chiese agli Orsini, che nel frattempo avevano riconquistato e risaccheggiato Sovana, la restituzione della città come terra Senese. Al rifiuto di Niccolò IV Orsini, iniziò un assedio a Sorano dove era solito rifugiarsi il Conte. A questo punto intervenne lo Stato Pontificio che costrinse il Conte di Pitigliano a consegnare Sovana a Cosimo dei Medici e questi cominciarono a risollevare Sovana favorendone il ripopolamento grazie a privilegi fiscali e donazioni di case e terre.
Ma a seguito di una epidemia di malaria la cittadina si spopolò quasi completamente, anche i vescovi furono costretti ad abbandonare la città e nel 1660 il vescovo Gerolamo Borghesi, trasferì la sede episcopale da Sovana a Pitigliano.
Infine con Pietro Leopoldo di Lorena venne disciolta la comunità di Sovana che entrò a far parte del Comune di Sorano, dove rimase definitivamente dal 1814 fino ad oggi.
Da allora solo gli scavi, con il conseguente ritrovamento di una e vera e propria "necropoli" con tombe e resti della civiltà etrusca, contribuirono a togliere il paese dall'oblio nel quale era caduto, tanto che fu soprannominata "Città di Geremia" per l'immagine di città desolata che si presentava al visitatore proprio come al profeta.

Sorano

Il paese di Sorano sorge a metri 378 s.l.m. sopra uno sperone di roccia tufacea sovrastante il fiume Lente che lo circonda per tre lati.
L'aspetto paesaggistico è quello delle colline vulcaniche della Toscana meridionale che dal monte Amiata si estendono fino alle spianate tufacee del viterbese ed alla Maremma toscana.
Il borgo antico di Sorano ci coglie sempre impreparati ed è impossibile descrivere ciò che si prova trovandosi all'improvviso di fronte ad una tale meraviglia .
L'inconsueta agglomerazione dell'edificato che si fonde con il masso tufaceo da cui sembra sia stato generato offre una visuale di insolito fascino soprattutto per chi arriva da Sovana e da Castell'Azzara.
Come per Pitigliano anche qui il tempo sembra si sia fermato molti secoli fa e solo da qualche anno si osserva un inarrestabile impulso di rinascita evidente sia dagli interventi di recupero edilizio che dalle attività culturali che trovano i giusti stimoli proprio in questo delizioso paese così lontano dalla frenesia della vita cittadina.
Se volessimo cercare in una parola un simbolo che rappresentasse il territorio di Sorano e Pitigliano la troveremo nel tufo, elemento che da sempre ha caratterizzato la zona.
Questa roccia di origine vulcanica è senz'altro la caratteristica principale del territorio : il tufo ha modellato un paesaggio di singolare bellezza nel quale si alternano gole, balze ed altipiani. Al tufo è legata la storia di questa parte della Maremma: nel tufo hanno scavato le loro abitazioni le popolazioni preistoriche (abitazioni ipogee), gli etruschi vi collocarono le loro necropoli e le vie di comunicazione (vie cave), i coloni romani sfruttarono le particolarità di questa roccia facilmente lavorabile collocandovi i colombari, le pestarole, gli ziri, le fornaci ecc.
Le zone circostanti poi risultavano molto fertili ed adatte alle colture dei vitigni ed uliveti, infatti le ceneri vulcaniche riescono adattabilissime alla vegetazione dopo essere state disgregate e convertite in una terra fertile dagli agenti atmosferici.

 

 

 

 

Le Terre del Morellino di Scansano

Scansano nasce nell'entroterra collinare maremmano lungo una fascia di terra fra la costa e le pendici del Monte Amiata. Chi per la prima volta giunge in questa zona ne rimane affascinato e al tempo stesso stupito per la particolarità dei paesaggi e l'insolita armonia che li concilia.

Se ampi tratti restano selvaggi e rudi dove l'uomo sembra non essere ancora arrivato e dove gli ambienti naturali offrono intatta la loro selvaggia bellezza, altri ricordano subito una storia collinare dalla secolare vocazione vinicola, oggi produttrice di quel vino rosso chiamato Morellino che è diventato fra le DOC italiane più conosciute e apprezzate nel mondo.

I filari di viti e gli ulivi rigano le colline, mentre le greggi punteggiano le campagne e i cavalli pascolano nei prati: scenari veri di un mondo rurale autentico che caratterizza in modo indelebile il panorama. Scansano però non è soltanto un'immersione nella natura e nei sentieri della macchia mediterranea fiorita di ginestre, cisto e corbezzolo, è anche un centro storico ricchissimo di testimonianze monumentali risalenti all'Alto Medioevo e al '400 toscano.

Molto caratteristici sono anche i dintorni di Scansano. A Montorgiali è degna di attenzione la Chiesa di San Biagio, di origine romanica, e il possente edificio del Cassero, con finestre ad arco tondo, feritoie e resti delle mensole dei piombatoi; ma anche gli altri agglomerati urbani quali Murci, Pancole., Poggioferro, Polveraia e Cotone sono antichissime origini e tutti da scoprire.


A settembre si tiene a Scansano "La festa dell'uva", ottima occasione per degustare questo vino!

La Costa dell'Argentario e l'Isola del Giglio

Monte Argentario

Con una piacevole passeggiata da Saturnia, percorrendo una verdeggiante strada che accompagna lo sfumare delle colline Maremmane fino al mare si giunge al Monte Argentario.
Per la sua posizione geografica, che lo pone al centro del Mar Tirreno, l'Argentario fu considerato dai primi navigatori un approdo sicuro.
Monte Argentario era probabilmente in origine un'isola successivamente "ancorata"alla costa tirrenica dai tomboli della Feniglia e della Giannella, formatisi per l'accumulo dei detriti trasportati dai fiumi e dalle correnti marine. Il primo insediamento umano all'Argentario risale certamente ad epoche remote, lo attestano i numerosi reperti archeologici sia nella Grotta degli Stretti che in quella di Cala dei Santi. Sono almeno 19 le spelonche che furono abitate, una delle quali molto capiente: lunga oltre 1 km, la "Grotta del Granduca", così chiamata in onore di Leopoldo di Lorena che ne promosse gli scavi, presenta anche un laghetto a 50 metri dall'ingresso.

Il Promontorio, interamente montuoso (m.635) e caratterizzato da coste alte e rocciose, dove si può ammirare la famosa palma nana che nasce spontanea in loco, è ricoperto da una fitta macchia mediterranea, che si alterna alle coltivazioni di olivi, di viti e di alberi da frutta. Nei vigneti, faticosamente ricavati terrazzando i fianchi del monte, si coltivano i rari vitigni Ansonico e Riminese.

Sulla costa orientale dell'Argentario troviamo il suggestivo borgo marinaro ed attrezzato porto turistico, Porto Santo Stefano si affaccia su una baia dominata dalle possenti moli delle fortezze spagnole. Nella vicina Cala Galera fanno scalo ogni estate moltissime imbarcazioni da diporto attratte dalle funzionali strutture e dai servizi offerti da questo esclusivo approdo.

Troviamo sulla stessa costa a pochi chilometri di distanza un'altrettanto suggestivo borgo marinaro e porto turistico, Porto Ercole si affaccia anch'esso su una baia dominata dalle possenti moli delle fortezze spagnole. Nella vicina Cala Galera fanno scalo ogni estate moltissime imbarcazioni da diporto attratte dalle funzionali strutture e dai servizi offerti da questo esclusivo approdo.

Non si hanno notizie certe sulla storia più antica di Porto Ercole. Sembra che si debba agli Etruschi l'attribuzione del nome di Ercole al luogo, ipotesi avvalorata dalla recente scoperta di una necropoli etrusca posta a monte di Cala Galera , collocata nel 13° settore dello zodiaco etrusco, corrispondente alla costellazione di Ercole.

 

Il Monte Amiata

Monte Amiata

compreso in parte nella provincia di Grosseto e in parte in quella di Siena,Il Monte Amiata è una montagna dell'Antiappennino toscano , il cui territorio è in una vasta area di pertinenza dei comuni di Abbadia San Salvatore, Santa Fiora, Arcidosso, Castel del Piano, Seggiano, Piancastagnaio e Castellazzara.È un antico vulcano, ormai spento, con presenze di rocce e di laghetti di origine vulcanica. L'Amiata è ricchissimo di acque, tutte captate e gestite dall'Acquedotto del Fiora che trasporta il prezioso liquido nell'intera Toscana meridionale e nella parte settentrionale del Lazio; vi si trovano, inoltre, le sorgenti dei fiumi Fiora e Albegna (quest'ultima presso il Monte Buceto che costituisce l'estrema propaggine sud-occidentale del massiccio montuoso).Il monte Amiata è la "montagna" collocata nella Toscana meridionale, che svetta nelle vallate circostanti, dai nomi suggestivi e accattivanti quali la Val d'Orcia, la Maremma, la vallata del lago di Bolsena, il Chianti.Il toponimo Monte Amiata sta anche a individuare un vasto territorio, con al centro il gruppo montuoso dell'Amiata (non un cono sia pure imponente, ma un ameno e verde sistema orografico digradante verso sud), circondato da centri abitati di grande interesse storico e artistico, da sempre frequentati da turisti che rimangono gratificati dai paesaggi e dai reperti d'arte, in una zona dove per grandi cicli secolari hanno trovato allocazione e potere gli Etruschi, il medioevo del Papato e dei Carolingi, la Repubblica di Siena e in ultimo il Granducato di Toscana.


L´Amiata è stata generata da potenti eruzioni vulcaniche oltre 180.000 anni fa. Le prime tracce di vita sul territorio risalgono al paleolitico, come attestano i dipinti rupestri della Grotta dell´Arciere, vicino ad Abbadia San Salvatore. Fu poi frequentato dagli Etruschi, per i quali l´Amiata era una montagna sacra, e dai Romani, che sfruttarono il territorio soprattutto per gli abeti bianchi, che oggi troviamo presso il biotopo naturale del Pigelleto, con cui costruivano le navi, e il cinabro che usavano per dipingere o preparare dei cosmetici. Crearono anche numerosi insediamenti presso i centri termali.

Numerosi i castelli, l´Aldobrandesco di Arcidosso, la Rocca di Piancastagnaio, la Rocca di Ghino di Tacco a Radicofani, Rocca a Tentennano a Castiglion D´Orcia, Castello di Potentino a Seggiano, e le chiese, l´Abbazia di San Salvatore, la Pieve delle Sante Flora e Lucilla, a Santa Fiora, dove si trova un´imponente collezione di Ceramiche Robiane.
Un luogo assolutamente particolare è il Monte Labbro, dove si consumò l´esperienza di David Lazzaretti, il "profeta" dell´Amiata. David, nella seconda metà dell´800, fondò una comunità religiosa, che si proponeva di applicare gli insegnamenti del vangelo. Raggiunse oltre 3000 seguaci. Sul Monte Labbro si possono ammirare i resti delle costruzioni davidiane.
Nella stessa zona è sorto, qualche anno fa, il Centro tibetano di Merigar, uno dei più importanti d´Europa la cui guida spirituale è il maestro Namkhai Norbu.

Ad un´altezza tra i 650 e gli 850 mt. troviamo la corona degli incantevoli borghi medievali arroccati sulle pendici del monte.

Roccalbegna

Il castello di Roccalbegna è citato, nel 1210, nel privilegio dell'imperatore Ottone IV in favore dell'abbazia del Monte Amiata. Sottoposto all'alto dominio degli Aldobrandeschi, verso la fine del Duecento venne assegnato al ramo dei conti di Santa Fiora. Tuttavia già dai primi decenni del XIII secolo aveva diretta signoria sul castello una famiglia locale, quella di Ranieri di Ugolino di Roccalbegna, i cui discendenti, tra il 1293 e il 1296, furono costretti a cedere i loro diritti al comune di Siena. Durante il dominio senese Roccalbegna subì assalti e incursioni da parte degli Aldobrandeschi, come nel 1331, quando le masnade del conte Andrea di Santa Fiora saccheggiarono l'abitato. In declino a partire dal XIV secolo, dopo la caduta della repubblica di Siena fu assegnata in feudo da Cosimo I dei Medici al cardinale Antonio Sforza e ai discendenti della famiglia Sforza- Cesarini di Santa Fiora. Tornata nel 1624 alla corona granducale, Roccalbegna fu di nuovo infeudata, nel 1646, alla famiglia Bichi-Ruspoli, alla quale rimase fino al 1751. Tra le frazioni va ricordato il castello di Triana, in origine dominio degli Aldobrandeschi, ceduto nel 1388 ai Piccolomini. Sul territorio comunale operarono durante la Resistenza formazioni partigiane e sei vittime provocò un eccidio compiuto dai tedeschi in ritirata nel maggio 1944.

Il Bosco di Rocconi

La Riserva si estende nell'Alta valle dell'Albegna. Occupa una superficie complessiva di 371 ettari, con un'area contigua di complessivi 253 ettari. Insiste per buona parte sull'Oasi di proprietà del Wwf (130 ettari). Il territorio è formato da colline con un'altitudine che varia da circa 500 metri s.l.m. a nord, ai 200 del confine sul Fosso Paradisone e presenta una geomorfologia estremamente varia. Sono presenti pareti rocciose di calcare massiccio alla cui base scorrono l'Albegna e il Rigo. Non mancano, inoltre, grotte e cavità, di cui la più importante è il Crepaccio di Rocconi. La storia della Riserva inizia nel 1991, in seguito ad escursioni di un piccolo gruppo di ornitologi toscani, soci del Wwf. Le gole dell'Albegna, rivelarono subito una straordinaria ricchezza di fauna e flora. Nella parte settentrionale prevalgono zone boscate di due tipi: bosco misto, soprattutto nel territorio compreso tra l'Albegna e il Rigo, in cui abbondano roverella e cerro, ma sono presenti anche frassini, carpini, aceri, peri, meli, ciliegi e sorbi; bosco a prevalenza di leccio, che si estende nel versante ad ovest; flora arbustiva e arborea ripariale, lungo il greto del fiume Albegna. Nella parte meridionale della Riserva prevalgono, invece, oliveti, prati, pascoli, incolti e piccoli seminativi, intercalati da folte siepi di biancospino, rovo, olmo, prugnolo e corniolo, che svolgono un ruolo fondamentale per la fauna selvatica.

Di particolare interesse anche le associazioni vegetazionali rupicole e la straordinaria varietà di orchidee spontanee (25 le specie censite).

Per la fauna la Riserva assume un'importanza assoluta. Esclusiva è la presenza di rapaci diurni come il biancone e il lanario, specie prioritaria a livello CEE, in decremento in Europa. Importante è anche l'esistenza di esemplari della tartaruga di Hermann e di alcuni rettili come il cervone, il biacco, la biscia d'acqua, la vipera comune e il colubro di Riccioli.

Tra i mammiferi, è di rilievo la presenza del gatto selvatico, della martora, del tasso e sporadicamente del lupo e della lontra. L'importanza faunistica è però soprattutto ornitologica. Sono infatti presenti moltissime specie inserite nelle "liste rosse" europee e tutelate dalla Convenzione di Berna: l'albanella minore, l'assiolo, l'averla capirossa, il falco pecchiaiolo, il gufo comune, il martin pescatore, il picchio verde e il merlo acquaiolo.

 

Superficie: 371 ha. Perimetro: 17653 m. Superficie aree contigue: 253 ha. Perimetro aree contigue: 12222 m. Superficie comprese le aree contigue: 624

Riserva Naturale Pescinello

La riserva si estende su una superficie di 150 ettari; si trova nell'Alta Valle dell'Albegna, sulla riva sinistra del fiume, a monte dell'abitato di Roccalbegna. Si estende su una superficie complessiva di 149 ettari con un'area contigua di altri 92. Il territorio è collinare, con rilievi come Poggio Crivello e Poggio Cerrino che hanno altezze medie superiori agli 800 metri sul livello del mare. Pescinello presenta la stessa formazione geologica della Riserva di Rocconi con calcari vari: rosso ammonitico, a calacareniti, ad argilliti e a diaspri. La flora di questa area è straordinaria, tanto che all'interno della riserva sopravvivono vecchi alberi di dimensioni straordinarie. La ricchissima avifauna include il biancone, il lodolaio, lo sparviero e il lanario. Negli stagni e nelle sorgenti oltre ai comuni tritoni, crestano e italico, si possono trovare due rarità: l'ululone dal ventre giallo e il gambero di fiume.

 

Da Manciano a Capalbio

Manciano

Si trova sul versante meridionale della valle del Fiora, si presenta arroccato su un colle in una posizione privilegiata per panorama da qui il nome "spia della maremma".
Le prime notizie del castello di Manciano, si hanno nel 1118 grazie ad un documento del Pontefice Clemente III riguardante la vicina chiesa di Sovana. All'inizio del '200 Manciano entra a far parte dei domini dei conti Aldobrandeschi, che innalzarono la Rocca, sebbene in gran parte ristrutturata dai senesi intorno alla prima metà del quattrocento.

Nonostante i troppi cambiamenti urbanistici avvenuti nel corso dei secoli e soprattutto gli eccessi di ammodernamento degli ultimi cento anni, nel paese, è ancora oggi riconoscibile parte della cinta muraria che stringeva la Rocca fatta costruire dagli Aldobrandeschi, grazie ai resti di due delle tre porte originarie e di due torri cilindriche. La struttura dell'abitato nel centro storico conserva le sue caratteristiche medioevali, i vicoli antichi salgono a spirale verso la sommità del paese, girando in tondo (giro del tegame) sino a convergere sotto le mura del castello.
Al vertice svetta la possente Rocca merlata, di forma e pianta rettangolare simile a le molte altre della zona, con una bella torre quadrata sporgente sul lato sud-ovest. Oggi l'edificio è sede del Comune cittadino e del museo di storia e protostoria della valle del Fiora; l'esposizione museale è corredata di pannelli esplicativi di chiara lettura e completi degli ultimi aggiornamenti in materia di storia e protostoria.

 

Capalbio

Capalbio, piccolo borgo medievale costituisce l'ultimo lembo costiero della Toscana meridionale, nel cuore della Maremma.

La macchia di Capalbio è ancora padrona del paesaggio, con il verde che varia in mille tonalità diverse e ci viene incontro subito fuori dal piccolo centro abitato, dopo pochi passi, carica di profumi e colori.

In questa terra sana e ridente, si avvicendarono dopo gli Etruschi le fattorie della colonizzazione romana e le grandi ville schiaviste della Repubblica, si estese infine il latifondo delle immense tenute imperiali.

Franchi e Longobardi lasciarono pascolare in questo verde le loro mandrie e fondarono qui borghi e fortilizi.

A percorrere oggi questa pianura fertile, dove abbondano colture, strappate con le unghie alle malsane Maremme, affiorano i ricordi e i dolori del passato, ma anche una lunga, lunghissima storia piena di suggestione e di mistero.

 

Giardino dei Tarocchi

Tra il 1979 il 1996, l'artista francese Niki De Saint Phalle ha realizzato, nel cuore della Maremma, in una zona posta tra il litorale costiero e le coline più boscose dell'entroterra, l'opera che può essere considerata la sintesi di tutto il suo percorso artistico. Questa è composta da gigantesche sculture, alte circa 12/15 metri che raffigurano i ventidue Arcani Maggiori delle carte dei Tarocchi. Fonte d'ispirazione alla realizzazione di questo esoterico giardino è stato sicuramente il meraviglioso parco Guell dell'architetto Gaudì a Barcellona, infatti sono evidenti le analogie tra l'opera di Niki De Saint Phalle e quella dell'artista spagnolo non solo per l'uso dei materiali ma anche per la forte carica simbolica racchiusa in tutto l'intervento. Le sculture sono state realizzate internamente con tondino di ferro sagomato e saldato a formare una rete fitta e intrecciata con una forma che già assomigliava alla scultura. Quest'intreccio di ferro è stato riempito e rivestito di cemento costituendo la parte grezza ed in seguito è stato rivestito con mosaici a specchio, vetri pregiati e tessere di ceramica, lavorate e cotte sul posto. Tutto il giardino è recintato da un muro di tufo in cui si inserisce il singolare progetto della biglietteria, opera dell'architetto Mario Botta. Il Giardino dei Tarocchi è nato grazie alla solidarietà della famiglia Caracciolo che ha dato all'artista la possibilità di realizzare questo giardino fantastico in un appezzamento di terreno di loro proprietà. Oggi il giardino è diventato una fondazione privata ed i suoi introiti servono alla sua manutenzione.

Orario di Apertura

dalle 14,30 alle 19,30

Prezzo d'ingresso

Biglietto Intero € 10,50

Contatti

Fondazione Il Giardino dei Tarocchi - Località Garavicchio - Capalbio (GR)

Tel. +39-0564-895122

Fax +39-564-895700

 

  
Le foto ed i testi di queste pagine sono stati realizzati da Carmine Savarese che ne detiene i diritti.